Qualcosa da lasciare o il componente segreto delle tecniche d’insegnamento

Una riflessione sulla possibilità di “invogliare” i bambini a imparare qualcosa. E se del tutto è possibile.

Molto spesso, per via della mia professione (o per l’inclinazione naturale?), cerco il miglior modo per insegnare qualcosa ai bambini. Qualcosa di più divertente, più azzeccato, più giusto, se volete… A volte ci riesco, a volte – fallisco miseramente… Come nel mio centesimo tentativo di spiegare a mio figlio come si fa il pane.

Mi piace fare il pane. Per me è un rituale, semplice, senz’altro, ma magico. Prima hai pochi ingredienti poveri e dopo – il profumo di casa, della felicità, l’essenza di ‘tutto andrà bene’. Possibile che non riesca a trasmettere questa cosa a mio figlio?

Allora parto in quarta. Sono l’entusiasmo puro. Ho creato per lui una specie di laboratorio Montessori: gli ho dato i vari tipi di farina da toccare, lasciato usare la bilancia elettronica, gli ho chiesto di pesare gli ingredienti, incoraggiato a giocare con i semi di lino e osservare come sprizza le bollicine il lievito.

Queste cose l’hanno tenuto affascinato per circa due minuti e mezzo, dopodiché guardando da qualche parte nel vuoto per non offendermi troppo mi ha chiesto: “Mamma, posso giocare al tablet?”

Tablet??? La mia delusione straripava. Forse vuoi formare le pagnottine prima? No? Sei sicuro???

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Mmm… Mi sono chiesta, dove ho sbagliato? Non era abbastanza divertente? Non avevo spiegato bene? Dovevo accompagnarlo meglio? Forse non ero ben presente nel momento e mi è sfuggito qualcosa?

Stropiccio la confezione vuota della farina, butto i misurini nel lavandino e vado a consolare la mia sconfitta… facendo la maglia.

Me l’ha insegnato mamma. Non mi ricordo quando, non mi ricordo come. Non mi ricordo con quali parole. Mi ricordo solo che volevo tanto-tanto fare i bei vestiti per le mie bambole, e lei mi ha fatto vedere come si fa.

Per più di 20 anni non ho fatto niente di lana. Eppure, quando pochi mesi fa ho ripreso i ferri, ho scoperto che non ci devo pensare, le mie mani si ricordano ancora come si fa. Non c’è bisogno dei tutorial, so come cominciare e come chiudere, come aumentare o come ridurre. Mi sono sentita un po’ come quello spia-assassino che per via di un brutto colpo perde completamente la memoria. Ma si ricorda come combattere! E io mi ricordo come fare la maglia. Bang!

Questa storia mi ha fatto riflettere se è giusto cercare “invogliare” i bambini a imparare qualcosa. E se del tutto è possibile.

Spesso dimentichiamo che i nostri bimbi hanno una personalità loro, un cerchio d’interessi, inclinazioni, passioni, preferenze e antipatie. E anche se ci assomigliano fisicamente, dentro possono essere molto diversi.

Penso che sia giusto provare. Alla fine, le cose che abbiamo da insegnare non sono tantissime. Noi le mettiamo a disposizione come il verduraio mette in vista le melanzane e le fragole al mercato di sabato mattina. E se il momento è giusto, i nostri insegnamenti attecchiranno.  Se non attecchiscono invece, possiamo sempre consolarci che il momento non era giusto ))

PS. Aggiungerei che bisognerebbe provarci anche con le cose un po’ meno ovvie. Un giorno dopo un pomeriggio passato con papà, mio figlio si ritira nella sua scatola spaziale (fatta di cartone) e comincia tirare fuori tutti gli utensili che ha (essenzialmente cacciaviti e trapani). Alla mia domanda di cosa stava succedendo mi rispose: Mamma, faccio il cablaggio nella mia casetta. Sennò, come faccio ad avere internet?

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Author: Yelena

Una mamma russa, una naturalista e un’appassionata di danza, mi trovo particolarmente a mio agio nel caos creativo. Adoro leggere i libri per imparare cose nuove: dai missili e razzi spaziali a paleontologia, dal flamenco all’origami. Per non impazzire - pratico l’autoironia come cura universale da tutti i guai.

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