La materia più incompresa della scuola italiana

-Quanta pasta metto?

– Siamo in tre. Conta circa 100 g a testa. Se il pacco è di 500 g, dovresti metterne un po’ più di metà.

Semplice, no? Questa è matematica.

Comprare il cibo al supermercato, pagare la multa, raccogliere i soldi per un regalo, e se proprio vogliamo, disegnare una persona in proporzione, per tutto questo serve sapere le basi della matematica.

Personalmente, trovo che ci siano poche materie così intuitive, così immediate nel loro utilizzo. Allora perché è diventato di moda snobbare l’aritmetica?

Giocando una sera con le cuginette del mio figlio, forse, ho trovato la risposta.

A differenza della scuola italiana, nella scuola russa la matematica è un must. Probabilmente per questo tra i libri scolastici di mio figlio di 4 anni c’è anche il testo “Le basi della matematica e della logica” (preparato proprio per bambini di questa età). Quel giorno la banda dei tre (2 cugine di 5 anni e mio figlio di 4) è rimasta praticamente incollata al libro a fare “gli esercizi” sul raggionamento logico e conti . L’assorbimento della loro attenzione era totale, non volevano smettere nemmeno dopo una quarantina di minuti.

A questo punto ho avuto una rivelazione spontanea: forse è il modo in cui insegniamo la matematica ai nostri figli che è sbagliato? Forse non esiste un approccio unico che divide tutte le persone nelle categorie “con mentalità matematica” o “senza”, ma tanti approcci per abbracciare i conti. Qualcuno vorrà gli esempi dal mondo delle macchine, qualcuno conterà gli unicorni, chi percepisce i numeri come dei colori, chi attraverso il ritmo.

La capacità di contare e di ragionare è alla portata dei bimbi piccoli, al posto di “proteggerli” da queste attività o trasmettere loro l’insicurezza, bisognerebbe dar loro una mano, costruire una sorte di ponte dal mondo dell’immaginario verso la concretezza.

Oggi vi proponiamo di fare un gioco dal portale australiano Maths Mentality. Si tratta di un semplice gioco di collegare i punti numerati andando nell ordine creascente per ottenere un disegno. La particolarità? Il passo non è di 1, ma di 3 e poi di 5.

Provate a farlo con i vostri figli e ad ottenere una risposta giusta per voi.

Gioco matematico




25 cose da chiedere ai figli al posto di ‘come è andata la giornata’

Ancora prima di avere i figli mi ricordo di aver sentito un dialogo tra una nonna e il suo nipotino in autobus.

– Come è andata la giornata?

– Cosa hai mangiato?

– Non me lo ricordo…

– E come dessert?

– Non mi ricordo.

In quel momento avevo pensato: “Signora, ma che barba! Chiederebbe mai a una persona adulta cosa ha mangiato a pranzo per intrattenere una conversazione gradevole?”

Ed eccomi, da mamma quasi 10 anni dopo, rifaccio esattamente lo stesso giro di domande… Che dire, vorrei sapere se ha mangiato bene o no… Ma non ottengo mai niente di più di ‘non mi ricordo ’.

Per fortuna, esistono i modi per cambiare alcune routine stabilite, in meglio… ma tanto in meglio! Si tratta di passare dalla conversazione mamma-centrica alle domande bimbo-centriche.

La prossima volta che andate a prendere il vostro figlio a scuola, rivolgetegli piuttosto una di queste domande:

  1. Qual è la cosa migliore che è successa oggi? E quella peggiore?
  2. C’è qualcosa che ti ha fatto ridere?
  3. Con chi vorresti stare vicino in classe? E con chi assolutamente no? Perché?
  4. Dov’è a scuola il posto più freddo?
  5. Qual è la parola più strana che hai sentito oggi?
  6. Se avessi incontrato la tua maestra oggi, che cosa mi avrebbe detto di te?
  7. Hai aiutato qualcuno a fare qualcosa oggi?
  8. Qualcuno ti ha aiutato a fare qualcosa a scuola oggi?
  9. Hai scoperto qualcosa di nuovo oggi?
  10. Qual era il momento quando ti sei sentito molto felice?
  11. Ti sei annoiato oggi facendo qualcosa?
  12. Se fossero atterrati gli alieni a scuola e ti avessero chiesto chi possono portare via, che cosa avresti detto loro?
  13. Con quali bambini avresti voluto giocare oggi?
  14. Racconti qualcosa di buono della tua giornata?
  15. Quale parola oggi la maestra diceva più spesso?
  16. Che cosa vorresti imparare a fare a scuola di quello che non riesci ancora?
  17. Che cosa vorresti studiare di più a scuola? E che cosa di meno?
  18. Chi nella tua classe potrebbe essere un po’ più gentile?
  19. Che cosa fai all’intervallo?
  20. Chi è più divertente nella tua classe?
  21. Chi è il più furbo nella tua classe? Perché?
  22. Se domani dovessi diventare un insegnante, che cosa insegneresti?
  23. Chi dei tuoi compagni studia troppo?
  24. Con chi nella tua classe vorresti scambiare i posti? Perché?
  25. Hai usato oggi le matite? Se sì, perché?

Alcune domande sono più adatte ai bimbi più grandi, mentre le atre toccheranno i cuori anche dei bimbi piccoli. Scegliete quelle più adatte anche al carattere e agli interessi dei vostri figli, rimarrete sorpresi delle risposte!

Ecco la fonte.




Perché giocare per gli adulti è difficile?

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Una cosa un po’ noiosetta? Con il retrogusto di fare le cose stupide e di dover sorridere alle battute che non hanno senso? Forse a un certo punto vi chiedete se è normale provare questi sentimenti con i propri figli. Esistono genitori che si divertono per davvero? È normale che non siamo perennemente entusiasti di giocare?

La risposta breve – si, è normale. Non siamo più bambini, abbiamo i nostri interessi, la casa da pulire e mille problemi da risolvere per organizzare la vita attorno a questi piccoli fiori. La mamma perfetta e il papà-modello sempre sorridenti, adoranti di qualsiasi cosa produca la loro prole è la più grande invenzione dell’era pubblicitaria.  

La risposta lunga è che per giocare e divertirsi nel frattempo, secondo noi, basterebbe affrontare questa attività da una prospettiva diversa.  

Ma, prima di passare alle soluzioni, provate a ricordarvi com’era per voi giocare da piccoli. Io, ad esempio, mi ricordo le farfalle nella pancia quando c’era da scegliere i vestiti per le mie adorabili bambole, un senso di avventura quando andavamo a nascondere i nostri tesori nel giardino della scuola, un senso di quasi onnipotenza quando facevo una minestra dalle cose improbabili imitando la mia mamma. Era bellissimo, potevo passare ore a fare queste cose. Se ci penso, anche adesso sono un’avventuriera che adora scegliere i vestiti e preparare piatti immangiabili inimmaginabili. Forse una speranza c’è anche per noi, adulti, di ritrovare quella leggerezza nel gioco?  

Secondo noi – sì. Provate ad applicare queste semplici regole, pensate per trovare la soluzione al problema, eliminare il “singhiozzo” che nel mondo degli adulti ostacola la libertà di gioco.   

1) La prima regola dei bimbi – giocare a quello che piace 

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Problema di base: dover giocare a cose che vi sono indifferenti o peggio ancora, antipatiche. 

Secondo voi, sarebbe possibile costringere un bambino a giocare a qualcosa che non gli piace?  

Ecco. I bimbi sono davvero egocentrici quando si tratta del gioco e partono sempre da quello che piace a loro in ogni dato momento. Perché pensate che con voi, adulti, invece può funzionare? Perché fate cose ben più difficili nella vita e la forza di volontà non vi manca, vero? Ma forse non è quello che serve per giocare… Forse per partire con il piede giusto bisognerebbe partire dal centro del proprio universo, dallo zero cartesiano, in altre parole, da quello che piace proprio a voi. Il gioco proviene dallo stesso posto dove nasce la creatività, senza l’interesse entrambe le cose non possono esistere.  

Come fai allora a entusiasmarti di un argomento che trovi banale? Cerca i punti di convergenza dove il gioco può esistere per entrambe le parti: i settori dove si incrociano i tuoi interessi con quelli del tuo bambino. A tua figlia piacciono le bambole e a te le macchine? Provate allora a scegliere insieme da una rivista di auto una macchina adatta per ogni sua bambola, perché lo sappiamo, no, che anche le macchine hanno la loro personalità, esattamente come le Barbie e le principesse. A te piace la musica classica e tuo figlio invece è un tipetto vivace? Chiedigli allora di inventare un balletto per 2-3 pezzi forti che gli farai sentire (Čajkovskij, Wagner e Vivaldi vanno benissimo) e poi di insegnarlo a te. È chiaro il principio? 

La buona notizia è che hai due grandi risorse a tua disposizione: 

  • i tuoi interessi attuali (macchine, tecnologia, trucco, disegno, fotografia, ecc.) 
  • i tuoi interessi da piccolo (realizzati o no, ma guarda bene soprattutto a quelli non realizzati) 

Diffida dell’imitazione però – se non sei autentico, se fingi di essere interessato, il tuo bimbo lo capirà subito. L’unica soluzione è tirare fuori davvero le tue passioni. 

2) La seconda regola dei bimbi – usare alla grande il pensiero magico 

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Problema di base: non riuscire a parlare la stessa lingua, a trovare un linguaggio comune.  

Lo so, la magia è un discorso pesantissimo per gli adulti, ma in questo caso ‘pensiero magico’ è un termine specifico, che si usa nell’ambito di psicologia e pedagogia per descrivere un comportamento. 

Ecco la definizione tratta dalla rivista “Un pediatra per amico”:

Nei primi sette anni di vita il pensiero del bambino può essere definito come magico. Questa modalità, in buona misura contrapposta a quella logica degli adulti, è caratterizzata dall’incapacità di distinguere i propri pensieri, desideri, emozioni da quelli degli altri esseri umani; inoltre, questo tipo di pensiero è permeato di animismo, attribuisce cioè sentimenti, volontà, possibilità di azione a tutti gli altri esseri del mondo, anche a quelli inanimati. 

Il punto importante qui è capire che questo tipo di pensiero non è privo di ragionamento. Il bambino produce in continuazione le idee e le storie con legame causa-effetto. È solo che le regole di questi legami sono più flessibili. Il pensiero magico esiste perché ha delle funzioni specifiche: serve a sciogliere le paure, soprattutto quella dell’ignoto, a calmare l’ansia e incanalare altre emozioni forti nonché per trovare una spiegazione su come funziona questo mondo.

Come puoi usarlo anche tu? Il tuo bimbo ti chiede un gioco un po’ costoso che non hai intenzione di comprare subito? Proponigli di disegnarlo o fate su un foglio di carta un ‘piano d’acquisto’ per quando arriverà. Contrariamente a quello che uno può pensare, non è una presa in giro, è un modo per incanalare quel desiderio fortissimo che ha il bambino nel confronto di quel gioco, gli offrirà un sollievo.

3) La terza regola dei bambini – tutto è un gioco 

Problema di base: sentire la mancanza di idee, giocattoli, libri specifici, area gioco adeguata, ecc. 
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Per giocare con i vostri figli non vi serve nulla oltre quello che avete già (non penso che viviate in uno spazio allestito alla Montessori, vero?). Il divertimento è una cosa molto più grande dei giochi educativi e (scusatemi questa ripetizione) è altrettanto educativo anche quando questo non è lo scopo. Qualche idea? Una gara per lavare i vetri, lavare i cerchi della macchina, arrampicarsi sull’albero accompagnato da papà o mamma solo per avere un’altra prospettiva, fare una torta, dipingere i muri (l’ho fatto, credetemi, è esilarante), correre in casa come matti, provare chi può gridare più forte, stare sdraiati sull’erba a guardare le nuvole, giocare alle città mentre si viaggia in macchina. Senza esagerare, praticamente qualsiasi cosa che avete oggi sulla vostra agenda può essere trasformata in un gioco (almeno in una parte). 

Divertitevi con gusto, provate queste regole e scriveteci come è andata. Ricordatevi che il periodo quando potete giocare con i vostri bimbi è breve, tra pochi anni finirà. Ci saranno altre cose da fare insieme, ovviamente. Ma il momento giusto per giocare è adesso. Pronti, Via! 




5 benefici sorprendenti del teatro per i più piccoli

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Vi siete mai chiesti perché molti bambini hanno un debole per i dinosauri? Io me lo chiedo di continuo da quando il mio figlio è entrato nell’età giurassica, per modo di dire. Gli piacciono i dinosauri giganti, lenti e pacifici, ma anche quelli carnivori con un po’ di grinta e i denti a rasoio, i bipedi e i quadrupedi; gli piacciono le loro corna, le placche ossee, le creste, le vele e le piume – ogni piccola cosa legata ai dinosauri lo affascina all’infinito.   

Effettivamente, perché? Perché per alcuni bimbi i dinosauri sono così affascinanti? 

La mia ipotesi è che certi bambini hanno bisogno di appropriarsi delle qualità che i dinosauri rappresentano – la forza fisica, la calma, la capacità di difendersi e difendere il proprio territorio nonché la capacità di superare gli ostacoli di ogni genere.

Questi pensieri mi hanno portato a fare una ricerca sul teatro, strumento d’eccellenza d’immedesimazione. Si è aperto un mondo! Le virtù del teatro sono difficilmente trovabili, riunite insieme, in altre attività, e offrono un aiuto gentile per la crescita dei piccoli. 

Ecco l’elenco concentrato di quelle che considero le sue virtù fondamentali

  1. Il Teatro aiuta a costruire la fiducia in se stessi

Anche i bimbi molto timidi in un paio di settimane riescono a diventare abbastanza fiduciosi in se stessi per fare parte di uno spettacolo. Non perché devono, ma perché recitare è divertente! 

  1. Il Teatro aiuta a sviluppare la concentrazione

I bambini a ogni sessione (lezione?) sono incoraggiati ad ascoltare i pensieri e le idee degli altri. E poi, per seguire la narrazione e memorizzare i punti importanti,  chiaramente serve una certa concentrazione (anche per gli adulti). 

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  1. Il Teatro aiuta a sviluppare le capacità linguistiche e di comunicazione in generale

Uso frequente di canzoncine, poesie, nonché del linguaggio tipico di certi personaggi (pensate a Mago Merlino o Re Artù), incoraggia lo sviluppo spontaneo del vocabolario. Ma non si tratta solo di parole! Gli attori forse, come in nessun’altra professione, sono consapevoli della comunicazione non verbale – espressioni facciali e linguaggio del corpo – sono gli strumenti che un attore impara a usare per comunicare in modo efficace.

  1. Il Teatro sviluppa l’intelligenza emotiva

Per immedesimarsi nei personaggi, i bambini devono fare uno sforzo per capire che cosa provano i protagonisti e quali sono le motivazioni che li spingono a fare certe cose e a dire certe parole. Sono incoraggiati a cercare queste emozioni dentro di sé e a provare a mostrarle nei momenti opportuni per essere credibili nel loro ruolo. E guarda caso proprio l’identificazione, la regolazione e l’utilizzo delle emozioni sono gli elementi principali dell’intelligenza emotiva (qui).

  1. Il teatro aiuta a diventare più resilienti

Abbiamo già parlato della resilienza nell’articolo “Che cos’è resilienza e perché è importante a svilupparla nei bambini?’’. Siamo convinti che il gioco sia uno strumento innato che i piccoli hanno a disposizione per imparare la resilienza. Il teatro in questo contesto sembra un ausilio d’eccellenza; mettendosi nei panni di vari personaggi, trovandosi nelle situazioni nuove, i bambini sviluppano inevitabilmente la plasticità mentale.  

Credo sia impossibile riassumerlo meglio di Shakespear:

“Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti”

Vorrei precisare che il teatro di cui parliamo non è quello di Cechov o di Goldoni, ma è una via di mezzo tra i giochi di ruolo, i giochi del ‘far finta’ e la classica recita teatrale. In inglese tutte queste sfumature sono riunite sotto la parola ‘drama‘, e noi invece per lo scopo di questo articolo, lo chiameremo teatro. 

Semplificando, possiamo indicare le differenze tra i vari generi in seguente modo: 

Recita normale – c’è il palcoscenico, i ruoli sono predefiniti dalla pièce teatrale, gli attori seguono la struttura dell’opera senza deviazioni. 

Giochi di ruolo – non si usa il palcoscenico, il gioco è per la gran parte mentale, il narratore indirizza lo svolgimento della storia.   

Giochi di “far finta di”– non necessitano di palcoscenico, non necessitano di nessun tipo di struttura in generale e possono non avere nessuna trama. 

Teatro per i piccoli – utilizza il palcoscenico, i ruoli sono scelti dai piccoli attori in funzione del tema generale (vichinghi, fate, mare, bosco ecc.), la trama c’è ma viene costruita man mano con la partecipazione dei bambini. 

Ovviamente ognuna di queste categorie di gioco è valida per diverse situazioni, ma quella più adatta all’età tra 2 e 6 anni è, secondo noi, il teatro per i più piccoli. 

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Quali sono le particolarità del teatro per i piccoli? 

1) Prima di tutto, considerate che la parte più preziosa dal punto di vista educativo è la preparazione alla performance e non la performance stessa. 

2) La narrazione non è rigida, si costruisce con la partecipazione dei bambini, a partire da un ambiente scelto (oceano, mostri, spazio, tecnologia ecc.) 

3) Non ci sono i ruoli ‘piccoli’ o ‘poco importanti’, tutti i ruoli devono essere di importanza equiparabile (non tutti i ruoli sono ‘buoni’ ma interessanti, di rilievo). 

Vi prepareremo in seguito una serie di articoli e schede gioco dedicate al tema ‘Teatro dei piccoli’ per darvi dei piani concreti per approfittare di questo strumento polivalente.

Per ulteriori approfondimenti:

Siti

  1. Pijama Drama
  2. Drama Notebook

Libri

  1. Il teatro bambino. Itinerari formativi per l’infanzia
  2. Tutti giù dal palco. Fare teatro a scuola dalle materne alle medie
  3. Laboratorio teatro. Proposte per fare teatro nella scuola
  4. Laboratorio del far finta. Giochi e attività per sviluppare l’immaginazione

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Il quinto elemento o l’arma segreta dei bambini

Definizione della resilienza

L’esperto italiano nel campo della resilienza psicologo dello sport, che prepara gli atleti per le gare ultra-endurance, Pietro Trabucchi la definisce così:

“La resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino.”

In parole semplici una persona resiliente di fronte a delusioni, fallimenti e i vari sconforti della vita, non si abbatte e non si deprime (oppure si abbatte e si deprime ma!) ma, ciononostante, si rialza e continua ad andare avanti verso l’obiettivo desiderato, a testa alta.

Resilienza negli adulti

Prendendo gli esempi un po’ più personali, pensate a quando vi è capitato di dover parlare in pubblico ed è stato un totale disastro. Avete dimenticato le parole, avete perso il filo del discorso, non siete riusciti a rispondere in modo convincente alla domanda e forse siete anche stati ridicolizzati. Credo che conosciate bene quella sensazione – stomaco che si chiude, gambe molli, faccia accaldata e mani sudate. Probabilmente pensavate:

“Che imbecille. Non sono capace a far niente…”

“Orribile… Aiuto, aiuto, aiuto!”

“Basta, non farò mai-mai-mai più un altro discorso in pubblico.”

L’interessante invece inizia dopo lo sfogo emotivo. Che cosa sceglierete di fare in seguito al disastro?

  1. Eviterete qualsiasi occasione per parlare in pubblico?
  2. Continuerete a farlo, ma vi sentirete una vittima che non ha un’altra via d’uscita?
  3. Oppure deciderete che ogni discorso successivo deve essere un po’ migliore del precedente, e con una ragionevole quantità di tempo, ce la farete anche voi a diventare bravi?

Come probabilmente avete intuito, è proprio la resilienza che ci permette di arrivare all’ultima scelta.

Resilienza nei bambini

Adesso pensate un attimo ai vostri figli. Quanti sconforti vivranno nel loro piccolo mondo indipendentemente dal vostro amore e dalla vostra presenza?

  • Essere presi in giro dai compagni per il nome/ cognome / vestiti…
  • Trovarsi l’unica a non essere invitato a una festa
  • Arrivare l’ultimo in una gara

Sono tutte le cose che capitano. Ma come fa un bimbo a trovare il coraggio e la fiducia in se stesso per superare queste situazioni inalterato o, meglio ancora, diventando più forte? Non vorreste dargli una specie di scudo? Una bacchetta magica che trasformi la sua sofferenza in forza?

La risposta a questa domanda è molto più concreta di quello che potete immaginare. Il motore che fa partire il comportamento benigno è la resilienza. E la resilienza, a suo turno, è uno strumento  psicologico che possiamo sviluppare: esistono metodi ben precisi (troverete alcuni link alla fine di questo articolo). Ma la cosa più importante è che i bambini hanno già uno strumento innato, pensato dalla natura, per sviluppare questa risorsa, ed è il gioco.

Il gioco è uno dei modi migliori per svilupare la resilienza nei bambini, è il loro quinto elemento, l’arma personale da piccoli principi e principesse.

Come funziona esattamente? Le attività di gioco permettono ai piccoli di sperimentare un vasto range di stimoli – pensieri e sentimenti, interazioni sociali e fisiche, vittorie e sconfitte in ambiente sicuro e creativo.  Il frutto di questo processo è che il bimbo:

  • acquisisce la percezione di avere il controllo su se stesso e sull’ambiente attorno a sé (condizione necessaria per lo sviluppo dell’autostima),
  • impara a calibrare il suo sistema di regolazione emotiva.

Questi dati sono conosciuti da un po’ di anni e in certi paesi (principalmente anglosassoni) sono utilizzati a livello nazionale (per curiosità, provate a digitare nel motore di ricerca ‘Play and Resilience’).

Se non siete ancora convinti, vi invito a guardare su Youtube il famoso discorso TED-talk (TED è un’organizzazione no-profit che si occupa di presentare al mondo intero le idee più rivoluzionarie del nostro tempo) di Stuart Brown, ricercatore numero uno nel mondo occidentale nel campo di gioco, dove descrive il seguente esperimento:

“Abbiamo fatto due gruppi di ratti, nel gruppo N1 abbiamo impedito qualsiasi comportamento di gioco, nel gruppo N2 il normale imprinting di gioco non è stato alterato. Successivamente entrambi i gruppi sono stati esposti agli stimoli di pericolo (collare con l’odore del gatto) e gli individui in entrambi i gruppi si sono rifugiati in un nascondiglio. I ratti che non hanno mai giocato (i non-players) non sono mai usciti dal loro rifugio… Mentre i ratti del secondo gruppo dopo un po’ di tempo sono andati a esplorare la situazione

Che cos’è questo se non resilienza?

Se decidete di andare a giocare subito, date un’occhiata alle nostre schede gioco, organizzate per età nella categoria “Schede gioco”.

Informazioni per approfondimento:

  1. Sito di piero Trabucchi qui
  2. Il giornale delle scienze psicologiche State of Mind qui
  3. World organization for early childhood education qui
  4. Portale degli articoli scientifici Science Direct qui



Empatia-shmempatia

Che cos’è l’empatia?

Una volta la parola “empatia” apparteneva a un ambito ristretto dei psicologi, psichiatri e ricercatori delle scienze sociali. Ma ormai, non si sa bene per quale motivo, è entrata saldamente nel nostro vocabolario. Amazon, come uno specchio pacchiano della nostra realtà, dà più di 1000 risultati per vari prodotti con questa parola-chiave. “Essere empatico” sembra una cosa buona, un po’ come “essere gentile”, mentre “mancare di empatia” suona come un’accusa di essere stantio.

Eppure tanti di noi immaginano una persona empatica come un qualcuno molle, stordito dalle emozioni degli altri, che piange per ogni fiorellino reciso, che non vuole far male nemmeno alla portiera della macchina e che crede che anche criminali più terribili abbiano un cuore tenero e affettuoso (dentro-dentro). Di certo, una persona empatica non è percepita come qualcuno di forte. Sarà davvero così?

Mettiamo un po’ di cose concrete nella pentola per dare uno scossone alle banalità. Ecco la definizione fornita dallo psicoanalista Paolo Roccato nell’articolo “Che cos’è l’empatia?” pubblicato nella rivista “Un pediatra per amico” (un bimestrale per i genitori scritto dagli specialisti dell’infanzia):

“L’empatia è l’insieme delle funzioni che ci permettono di cogliere le esperienze emotive vissute da un altro in quel dato momento.”

Con parole povere, è la capacità di sentire le emozioni degli altri, come se fossero nostre.

L’empatia è una capacità automatica

Il sistema dell’empatia si attiva in modo automatico, ma ci sono alcune variazioni tra certi gruppi di persone:

  1. autistici – deficit di empatia, percepiscono uno spettro ridotto delle emozioni di altrui,
  2. psicopatici – modalità di default OFF, possono percepire le emozioni degli altri se vogliono, ma non è automatico.
  3. persone comuni – modalità di default ON, sentono le emozioni degli altri automaticamente, ma possono decidere di ‘spegnere’ questa funzione.
  4. empath – non hanno la modalità OFF, cioè per loro è praticamente impossibile smettere di sentire le emozioni di altrui

Come vedete i cliché più immediati riguardano piuttosto i casi estremi. Ma anche se lasciamo solo le persone comuni, a cosa serve capire i sentimenti degli altri? Me lo stavo chiedendo da un po’.. Non è meglio per mio figlio NON sentire le emozioni dei suoi compagni e vivere in pace?

Un bimbo empatico è un bimbo sicuro

Per arrivare alla risposta vi propongo un’altra citazione di Paolo Roccato:

“[Empatia] E’ la base della cooperazione, della solidarietà e dell’intelligenza emotiva.
… è il più potente collante dinamico degli aggregati umani, piccoli o grandi che siano, ed è “contagiosa”: chi è stato trattato con empatia è indotto a trattare gli altri con empatia.”

Quindi essere empatico serve per poter sviluppare i rapporti sani con altre persone. Sinonimo di ‘essere empatico’ potrebbe essere ‘essere integrato’ in un gruppo.

La mia conclusione personale può essere riassunta con il seguente passaggio logico:

  1. il modo più efficace per i bambini di essere al sicuro è di stare in gruppi di simili (intendo quando non sono con i genitori),
  2. per stare bene in un gruppo di persone è necessario essere empatici.

Riconoscere e gestire le proprie emozioni nonché interpretare e gestire le emozioni degli altri aiuta ai bambini instaurare i rapporti amichevoli e solidi sia con altri bambini che con gli adulti.

In gran parte delle occasioni siamo automaticamente empatici, ma come con allenamento sportivo, se uno ci mette impegno e concentrazione può portare questa capacità a un livello più elevato.

Concretamente, come possiamo aiutare i bambini a gestire le emozioni

Ecco un po’ di consigli, presi dalla rivista “Un pediatra per amico”, per le mamme e papà,

1 – Cercate di chiamare le emozioni con i loro nomi – rabbia, tristezza, paura sono abbastanza facili da identificare, mentre umiliazione, confusione, rancore non sono immediatamente riconoscibili dai bambini.

2 – C’è un proverbio che dice ‘La miglior cosa che potete fare per i vostri figli è lavorare su voi stessi, tanto loro finiranno per imitare i genitori’… Cercate quindi di mostrare l’empatia. Ad esempio, quando il bimbo o la bimba cade da una bicicletta e si fa male (ma nulla di grave), a tanti di noi verrebbe dire in automatico ‘Non è niente! Non farne una tragedia!”. Questo tentativo di sminuire il dolore che prova, non ha nulla di empatico… Perché in questo caso noi non vogliamo capire che il suo mondo non è fatto di denunce dei redditi, di bollette da pagare o di macchine da cambiare. Il suo mondo è molto più piccino, un po’ come il pianeta del Piccolo Principe e in questo mondo qui cadere da una bici provoca un dolore tremendo – sia fisico che emotivo (per l’umiliazione del fallimento). La risposta empatica in questo caso suonerebbe così “Fanno un male tremendo queste sbucciature, vero? Andiamo alla fontana così laviamo il ginocchio con l’acqua fredda, lo puliamo e col freddo il male va via”.  Non negate quello che provano, e non ingranditelo.

3 – Cercate di non sovrapporre la vostra esperienza con quella dei bambini, è un trabocchetto in cui cadiamo molto spesso, fornendo le risposte come “Ah, sì. Ti capisco bene! Anche a me è successo che…”. Per evitarlo ricordatevi, che, essere empatici, è a volte molto sottile, basta uno sguardo, un abbraccio, trattenersi da un commento inopportuno è già tanto.

4 – Ricordatevi che le persone non possono essere empatiche senza sentirsi fragili. Man mano che passano gli anni gli adulti si corazzano con le credenze del proprio potere e della propria robustezza. Servono loro per raggiungere qualcosa di grande nella vita, chiaro. Ma non è l’unica modalità del vivere. Per essere empatici, dobbiamo ricordare come ci si sente veramente quando si perde, quando gli altri vincono, come ci si sente quando si ha paura o quando si viene rifiutati ed esclusi. Il trucchetto è che quando queste emozioni vengono riconosciute per quello che sono, perdono la loro forza. Punto.

In conclusione vorrei aggiungere, che lo skill dell’empatia si è perso un po’ con l’arrivo dell’era digitale, ma non è nulla di nuovo che non sapevamo fare già. Pensate che in Danimarca l’empatia si insegna a scuola – un’ora obbligatoria alla settimana. Come? Cucinando una torta insieme, chiacchierando del più e del meno tra i compagni e gli insegnanti. Che ne pensate? Si può fare?

Informazioni per approfondimento:

  1. Rivista “Un pediatra per amico”, n 2/2017, Speciale Empatia qui
  2. Rivista Psycology Today qui
  3. Nelle scuole danesi un’ora la settimana si insegna l’empatia qui
  4. L’articolo in inglese sui neuroni a specchio qui